Eccoci qua, mercoledì pomeriggio.
Partiamo subito con un bel progetto, che abbiamo annunciato al Digital Journalism Fest assieme a Fondazione Cariplo.
Nei prossimi 6 mesi io, il mio team e il team di Fondazione Cariplo affiancheremo 3 persone (aspiranti giornalisti o comunicatori) in un piccolo percorso di formazione gratuito che avrà come scopo raccontare la filantropia in Italia.
Se vuoi partecipare alla selezione, puoi compilare questo form di candidatura entro le 23.59 del 25 aprile.
Oggi volevo fare ordine tra i pensieri sul podcast Fuori dalla Bolla e raccontarvi un po’ di backstage. Partiamo!
1. L’idea nasce da Paola Zukar
Lei personaggio interessantissimo e innovativo che ha portato il rap in Italia, manager tra gli altri di Fabri Fibra, Clementino e Marracash. A fine gennaio mi chiama. Sa che da tempo studio i legami tra social, attivismo e società. Mi dice che vuole farmi conversare con Marra attorno a questi temi in una sorta di podcast.

Il tema mi fa volare. Il rap, il suo uso delle parole e la sua influenza sulla società pure. Accetto subito.
2. Da lì butto giù un mini-documento editoriale
Due paginette in Doc, con la macronarrazione, le reference, il set immaginato, ecc.
Il senso è: siamo arrivati alla fine di un viaggio. Facciamo un respiro, come quando si rientra a casa, e andiamo al piano -3. Cerchiamo di capire cos’abbiamo scoperto alla fine di questo viaggio: come stiamo cambiando tutti noi, influenzati dalle piattaforme e dai nuovi poteri.

3. Volevo solo fissare tre macroaree
Niente domande preparate in dettaglio, ma tre macroaree che voglio approfondire:
La ricerca artistica: parte personale
Lo scopo del rap, la libertà di un artista, la capacità di mettere in difficoltà
Le piattaforme e noi: parte politica
L’attivismo social, il narcisismo, la partecipazione alla vita pubblica
I dubbi di una generazione: parte psicologica
Finale più intimo, sulle difficoltà di una generazione, tra ansie, depressioni e ricerca di un senso
4. Il titolo viene così
Il titolo, «Fuori dalla bolla», viene fuori durante il primo brainstorming a casa Marra (idea sua): ne penserò altri due, brainstormando parecchio con ChatGPT, ma quello ci ha convinti subito
5. Non trovo molte reference nel campo del rap
Più che altro questi qui:
Open Mike Eagle ha What Had Happened Was, in cui lui intervista altri artisti.
WIllie D ha Willie D Live, in cui parla un po’ dello scibile umano.
C’è Call Out Culture, in cui 3 rapper raccontano i loro artisti preferiti. Tutti formati abbastanza classici di videpodcast talk show.
La cosa che a me era piaciuta di più era JayZ che parlava con Dean Baquet per il New York Times.
6. Per la location propongo 4 opzioni
Casa, luogo del ritorno da un viaggio
Camera d’albergo, luogo di limbo, un po’ alla Lost in translation
Teatro abbandonato, luogo di performance
Luna park di notte (vabbè qua mi ero fatto prendere la mano)
Alla fine la casa era il set più semplice e possibilmente più genuino
7. In teoria arrivare a 90 min era già tanto
Arriviamo al giorno della registrazione. Pensiamo che già arrivare a 60-90 minuti di chiacchierata sarà tanto: arriviamo a poco più di due ore. 60 minuti in cucina, 90 in soggiorno.
Yep, ero nel mio dry month per stare il più possibile lucido prima del mio Festival: durante tutta la rec mi sono bevuto tre tristissimi drink analcolici (la mia street credibility si abbassa sempre di più)
8. All’inizio della registrazione ero poco a mio agio
Non tanto per l’interlocutore, ma per le 10 persone che giustamente erano dall’altra parte del tavolo a riprendere e fotografare.
Non sono abituato a fare questo tipo di video: sono un creator e mediamente sto solo in una stanza con una videocamera che gestisco completamente io.
In questo caso ero circondato da persone molto più competenti di me che opravano e mi osservavano. Migliorerò, can you hear me Kedrick?
9. Cose che farei diversamente, tra le tante
Eviterei di svapare
In quel momento e in quel contesto mi è sembrata la cosa più naturale del mondo, ma ammetto che in video fa un effetto non bellissimoIntervenirei più decisamente
Dopo la rec Marra mi dice che mi ha parlato un po’ troppo sopra, specie alla fine. Ha ragione, ma è perché aveva un’ansia di dire tante cose ed era preso bene. Personalmente non avevo l’obiettivo di fare il brillante o fare domande chissà quanto strutturate, quanto quello di far venire spunti interessanti sulle tre macroaree che avevo deciso all’inizio. Sono uscite, se ne sta parlando e va bene così. Ma potessi rifare tutto da capo, insisterei di più su alcuni concetti e farei qualche obiezione più lunga su alcuni temi, proprio per starci di più.
10. Rischio shitstorm? Qualcuno
La conversazione toccava temi abbastanza delicati: finto attivismo, condizione del maschio, stato della sinistra, deliri woke, ansia, depressione, rapporto coi soldi.
Io stesso a un certo punto parlavo dei rischi causati dal crollo del contesto: una frase all’interno di una conversazione di 2 ore estrapolata dal contesto che poteva essere usata da un nemico qualunque per scatenare la rabbia coi punti esclamativi dell’internét.
11. È andata bene
Diversi passi della conversazione sono stati ripresi dai media, che hanno apprezzato le parti più complesse.
Le uniche dichiarazioni che hanno creato più rumore sono state quelle a proposito dei Ferragnez e quelle sulla «sinistra che si è persa dietro ai carri del gay pride». Ma poca roba.
12. La cosa più bella che mi porto è «il criterio del bello»
Finita la rec, iniziamo a discutere con Paola e Marra la migliore strategia da attuare in termini di durata e distribuzione del prodotto. Non era facilissimo, visto che bisognava armonizzare la parte sulle piattaforme audio, quella sulle piattaforme video, e quella di spillolamento sui social. 6 puntate da 20 minuti? 2 da 60? 3 da 40?
Stavo scervellandomi da giorni e proponendo varie opzioni. Poi Marra ha detto una frase che mi ha parecchio colpito:
«Per questa cosa usiamo il criterio del bello. Freghiamocene degli algoritmi e scegliamo di fare la cosa che ci sembra più bella»
- Marracash
La cosa certamente più bella per tutti e tre era droppare le due ore integrali su YouTube: pochissimi tagli, qualche tempo morto, diversi errori e un unico video, pesante e leggero al tempo stesso.
M’è piaciuto così. E credo che la cosa più bella del prodotto sia stata proprio questa: la genuinità che molti hanno avvertito. Tra i messaggi più belli che ho ricevuto, la costante era questa qui: in tempi di reel da 2 minuti, scambi velocissimi e tanta performance, mi sembrava di stare in quella stanza con voi.
Ecco, la cosa più bella che mi porto è questa qua.
In quelle - poche - occasioni della vita in cui puoi permetterti di fregartene del resto, fatti un regalo e segui «il criterio del bello».
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E ciao!








Bellissima intervista! Ne parlo qui: https://open.substack.com/pub/lorenzocisbani/p/crudites-1?r=5j8qi&utm_medium=ios